L’occhio del cuore (di Ruben Grau, artista argentino)

La fotografia, come intercettazione di un istante sfaccettato della nota realtà che abitualmente ci colpisce la vista (come un reportage dopo l’11 settembre) e che a volte ci incanta, ci trasporta da zone di piacere o a zone in cui l’immagine condivide due polarità. Piacere e dispiacere. In questo caso la mostra su New York sembra collocare tutto il ventaglio di possibilità. Il piacere della sua poetica visuale, nella serie di riprese urbane, e la sua astrazione, nella serie di riprese sui riflessi. In quest’ultima, con il ricorso alla struttura edilizia, vista attraverso le superfici di vetro, ci vediamo immersi in uno stato di illusione, come nel caleidoscopio di Alice attraverso il suo specchio. In questo caso attraverso l’occhio di Patrizia, che, nella sua opera, consegue il desiderio di Cartier Bresson, la meta dell’artista del Tao, ovvero annullare la distinzione del soggetto e dell’oggetto e farne un tutt’uno. Cuore, mente e mano nell’atto di fusione con l’oggetto. In questo modo Patrizia si fa tutt’una con la realtà registrata attraverso l’occhio del cuore.
Con questa mostra ci troviamo di fronte ad un lavoro sviluppato durante 15 anni. E ciò non indica una passione e una persistenza per sviscerare – come, quando e perché? - New York, New York, New York.
La Grande Mela. Paradigma di tentazione, perdizione, simbolo del grande desiderio, di meraviglia e di attuale confusione. Di una civilizzazione occidentale incerta, in cui forse da qualche parte c’è anche una chiave registrata nelle immagini di strutture-destrutturate.
Patrizia è un’artista profonda e impegnata, che più in là dell’estetica epidermica predominante oggi, ci mobilita a una zona in cui il contatto con l’anima sensibile ci fa approdare a ciò che solo l’Arte può far approdare, un frammento di connessione reale, con la realtà. L’intento di rendere visibile l’invisibile, non perché il visibile, si sa, si conosce, non questo, sovraesposto al giorno d’oggi, se non perché il reale si rende invisibile davanti al nostro sguardo, logorato da tanta immagine banale e da tanti occhi che guardano senza vedere.
Ci sarebbe da parlare a lungo per analizzare in profondità delle opere di questa mostra, poiché vediamo in essa una delle grandi domande di fine secolo “Che ne abbiamo fatto del nostro povero orto?”, come diceva il poeta riferendosi all’anima e, in questo caso, all’anima del mondo contemporaneo.


El ojo del corazón
Texto critico de Ruben Grau, artista argentino
La fotografía, captación de ese instante facetado de la denominada realidad que habitualmente nos hiere la mirada (caso reportaje post 11 de Sept. ) y a veces nos encanta ,nos transporta a zonas de placer o a zonas donde la imagen comparte ambas polaridades. Placer y displacer. En este caso la exposición de NY, plantea todo el abanico de posibilidades.
El placer de su poética visual en la Serie de tomas urbanas y su abstracción en la Serie reflejos. En esta última, mediante registros de estructuras edilicias, vistas a traves de superficies vidriadas nos vemos inmersos en un estado de ensueño como en un celeidoscopio de Alicia a traves de su espejo, en este caso a traves del ojo de Patrizia. Ella logra en su obra el deseo de Cartier Bresson, la meta del artista del Tao, anular la distinción del sujeto y el objeto, hacerse Uno. Corazón, mente y mano en acto de fusión con el objeto. De ese manera Patrizia Dottori se hace uno con Realidad registrada a traves del ojo del Corazón.
En la presente exposicion nos encontramos ante un trabajo desarrollado durante 16 años ,esto nos indica una pasión y una persistencia por desentrañar - ¿como? – ¿cuando? – ¿porque? New York ,New York , New York
LA GRAN MANZANA. Paradigma de tentación – perdición, simbolo del gran Deseo, de maravilla y confusión actual. De una civilización occidental desestructurada, incierta, quizas ahi tambien hay una clave en las imagenes de estructuras – destructuradas, registradas .
Patrizia es una artista profunda y comprometida, que mas alla de las epidermicas esteticas predominantes hoy, nos moviliza a una zona donde el contacto con el alma sensible nos aporta aquello que solo el Arte puede aportar un fragmento de conexión Real - con la Realidad -. El intento de hacer visible lo invible, no porque lo visible ya se sabe no este sobre - expuesto hoy día. Sino porque lo Real se hace invisible ante nuestra mirada desgastada, de tanta imagen banal y tantos ojos que miran sin Ver.
Habria que extenderse demasiado para analizar en profundidad la obra de la presente exposición, pues vemos en ella, una de las grandes preguntas de fin de Siglo, ¨Que hemos hecho de nuestro pobre huerto¨, como decia el poeta refiriendose al alma en este caso al alma del mundo contemporaneo.


Americana Breakfast table set (new york 1990-2005)
, nasce dall'evento traumatico dell'11 settembre, elemento destabilizzante di un equilibrio. Ogni evento traumatico porta con sé almeno due stati d'animo: una perdita e un'acquisizione. E tutti e due afferiscono alla memoria: la perdita di tutti i dati, spaziali e temporali, che hanno ruotato intorno all'evento e l'acquisizione di un ricordo doloroso e indelebile che trasforma la nostra vita, affiancato dalla paura che possa riaccadere. Ma è necessario vincere questa paura dentro di noi. Come? Tornare indietro, recuperare tutti i dati e ripartire da dove eravamo. Già dove eravamo prima di quel giorno? New York rappresenta il mondo, tutto, anche, ma non solo, l'America. Una città che concede tutto, ed è per questo che in quindici anni (dal 1990 ad oggi) mi sono resa conto di averne cercato i punti vitali attraverso l'immagine, che sono diventati i punti strutturali di questo progetto: ogni volta sentivo la necessità di fotografare le stesse cose, anche gli stessi posti, come se qualcosa fosse lì davanti a me senza riuscire a vederla. La vita frenetica, abbagliante, continua ventiquattro ore al giorno, i suoi quartieri, frutto di emigrazioni radicate, i suoi grattacieli che riflettono, spezzettano, rimandano e trasformano la città stessa. Twin Towers e Ground Zero, punto di arrivo e punto di partenza. Dunque recuperare la memoria su ciò che apparentemente non è visibile. Un cammino a ritroso, una emigrazione interiore, che porti ad una riflessione, che mostri tutti i punti di vista, che trasformi almeno un po' la nostra vita, che riequilibri il dolore e ci riporti alla consapevolezza.
Ma Americana Breakfast table set non è solo una mostra: è l'installazione di una "tavola apparecchiata” dove gli americani fanno colazione, il pasto più importante della giornata, sulle "tovagliette", che in Italia chiamiamo "americane", create con le foto della mostra da una parte e dall'altra il progetto grafico portante. Un'opera che vuole rappresentare l'inizio del giorno, il risveglio, il momento in cui tutto, da lontano, torna alla memoria.


Americana Breakfast table set (New York 1990-2005)
stems from the traumatic events of September 11th, the destabilizing element of an equilibrium. Every traumatic event brings with it at least two states of mind: loss and acquisition. And both cling to our memory: the loss of data, spatial and temporary, that revolved around the event and the acquisition of a painful and indelible memory that forever transforms our lives, alongside with the fear that a similar event could occur again. But it is necessary to overcome this fear inside ourselves. How? Turn back, recover all the data and begin from where we were, well, where we were before “that” day.
New York represents the world, all of it, and also, but not only, America. A city that grants all, and it is for this reason that in fifteen years (from 1990 till now) I realized to have searched for its vital points through captured images, which have become the structural point of this project. Each time feeling the necessity to photograph the same things, the same places, as if in front of me there was something I had not yet seen. The blinding, frantic life of a metropolis goes on 24 hours a day with its neighborhoods, born of a well-rooted immigrant population, its skyscrapers that reflect, distort, exhibit and transform the city itself. The Twin Towers and Ground Zero, the starting point, and at the same time, final destination. In other words, to recover the memory of that which is apparently invisible, retracing ones steps, and immigration towards our inner selves, which leads us to a reflection, that exposes every possible point of view, and, for a while, transforms our life, that eases the pain and leads us to a new awareness.
But American Breakfast table set is not just an exhibition: it is the installation of a “table setting”, where Americans have breakfast, the most important meal of the day, on a placemat setting, which in Italy we call “americane”, created in part with the photos from the exhibition and supported by a graphics project. A work that strives to represent the beginning of the day, the awakening, at which time, from afar, recollections come to mind.


di Patrizia Dottori

Portfolio Exhibit Americana breakfast