Mostra fotografica di Patrizia Dottori "Patishere",
selfportraits
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"Penso che l'artista in nessuna società sia libero. Essendo schiacciato dalla normalità e dalla mediocrità di qualsiasi società dove egli vive, l'artista sia una contestazione vivente. Rappresenta sempre l'altro da quell'idea che ogni uomo in ogni società ha di se stesso. Un margine anche minimo, magari non lo si può neanche misurare, di libertà, secondo me, c'è sempre. Non so dirti fino a che punto questa sia libertà o non lo sia. Ma certo, qualcosa sfugge alla logica matematica della cultura di massa, ancora per adesso." Pier Paolo Pasolini (da un’intervista rilasciata a Gideon Bachman nel 1975)
Ero lì, a casa, guardavo la mia Nikon. E lei guardava me. E scattava.
Mi fece quasi un migliaio scatti: cosa stava cercando? Cosa stavo cercando?
Passai il giorno, la notte e la mattina successiva. La Nikon scattava e
io mi rivedevo al computer: non trovavo tracce di sensazioni o emozioni.
Cancellavo tutto, ricominciavo di nuovo. Mi inventavo storie per cambiare
l’espressione sul mio viso. Ma per cambiare quell’espressione
dovevo capire quell’espressione, capire da dove veniva e perché
era lì immobile, senza che potessi farci nulla. I miei pensieri sono
scivolati nel sentiero dell’esistenza fino a quel momento: in effetti
non provavo alcuna emozione e la mia Nikon non poteva che registrare tutto
questo.
Accadde durante uno stage a Roma con David Harvey. Mi spinse all'autoritratto
perché non trovavo immagini forti, nuove. E non era solo colpa del
fatto che dovevo fotografare la mia città, e la città tra
le più fotografate al mondo. E’ che non trovavo la spinta emotiva
a farlo. Il mio stato d’animo, la scelta della macchina fotografica
(digitale e/o analogica?), il significato della mia visione della fotografia
contribuivano ad alimentare quello stato agitato di chi, come me, abituato
a vivere di passioni, sa che deve scegliere una strada da intraprendere.
Una vera e propria crisi che mi ha investito a tutti i livelli, personali,
intellettuali, sociali perché, oltre ad essere fotografa, mi sento
un’artista. Nasce così un lavoro di ricerca: dentro di me,
nella fotografia, nel rinnovamento dell’attuale visione dell’arte.
Patishere.
Pat è qui. Io sono qui. Entro nell’obiettivo, nel luogo, nello
scatto, occupo uno spazio, sono, nel tempo, qui ed ora. Mi distacco da me
stessa per rivedermi con occhio esterno, da un altro punto di vista. E ritrovarmi.
I self-portraits hanno riacceso il mio animo: se posso trovare una visione
creativa di me stessa ripartendo dalle emozioni, posso trovare una visione
creativa in tutte le altre cose. Così è stato ed è
per questo che considero la crisi il vero spirito rivoluzionario della nostra
libertà perché, affrontata, porta ad un cambiamento attraverso
il rinnovamento interiore e la ricerca delle proprie emozioni.
Patishere è la riaffermazione dello scatto istintivo, che vede perché
sente e si ritrova nell'inquadratura e non inquadra ciò che serve
a denunciare il pensiero attraverso uno strumento che può essere,
casualmente o per scelta programmata, una macchina fotografica. Artisticamente
ho sentito di superare, almeno questa è la mia sensazione, un trend
contemporaneo, vicino al minimalismo e all’arte concettuale. Percorrendo
una strada vecchia ma nuova. La mia. Patishere.
Patrizia Dottori
Ora!
L'acqua diventa fuoco, le architetture un riflesso, il suo viso un'altro
… Non so se sia proprio legittimo parlare di surrealismo a
proposito delle opere fotografiche di Patrizia Dottori. Eppure la realtà
si trasforma, diventa un mondo ulteriore, si spegne o si accende, si muove
o semplicemente trasmuta. Apparentemente onirica, ma di fatto critica, l'artista
produce, con il suo sentire, un mondo esterno unito a lei e imprescindibile
da lei. Superando il dualismo, la materia, la spaccatura tra pensiero e
natura, arriva alla poesia di un racconto che è esperienza e che
si lascia alle spalle tutto ciò che è separato da questo rapporto
di compenetrazione. Esperienza, conoscenza, cambiamento sono le fasi che
attraversano il sua atto del rappresentare. La sua capacità di manomettere
la scena prende forza dal suo essere lì in quel momento, dal respirare
ed espirare ciò che la circonda attraverso narici che stranamente
appaiono quasi sempre in primo piano, che spuntano da una prospettiva che
elude la forza di gravità.
E' in questo modo che l'immagine resta dentro, permane nel significato di
un profondo in-manére, affianca l'azione di se stessa, appare intransitiva
pur inglobando la materia esterna. Tutto il mondo si rappresenta
attraverso self-portrait che lei usa per mettersi alla prova. Si fotografa
alle spalle, quindi, e si colloca nel punto x di una folla notturna, gioca
casualmente con la scia delle luci, con le atmosfere del giorno. I luoghi
dei suoi viaggi si rimescolano, si uniscono, si annullano. Non importa dove,
importa solo in quale momento, ora! E lì, in quell'autoritratto,
lei sorprende se stessa a fotografare se stessa. Simula la posa per ancor
meno di un istante e fugge. E nello stesso modo cerca e fugge l'obiettivo,
si fotografa per vedersi scomparire, in un attimo di sospensione.
Francesca Pietracci
"Patishere"
Exposición de fotografías de Patrizia
Dottori, autorretratos
"Pienso que el artista no es libre, en ninguna sociedad. Siendo aplastado por la normalidad y la media de cualquier sociedad en la que viva, el artista es una contestación viviente. Siempre representa a lo otro de aquella idea que cada ombre en cada sociedad tiene de sí mismo. Siempre hay, según mi parecer, un margen de libertad, aunque sea tan mínimo que talvez ni siquiera se pueda medir. No sé decirte hasta qué punto se trate de libertad o no. Pero es cierto que a la lógica matemática de la cultura de masa algo le escapa, de momento." Pier Paolo Pasolini (en una entrevista con Gideon Bachman, 1975)
Estaba allí, en mi casa, mirando a mi Nikon. Y ella me miraba a
mí. Y disparaba. Me tomó casi mil fotos: ¿Qué
era lo que ella iba buscando? ¿Qué era lo que yo iba buscando?
Así pasé el día, la noche y la mañana siguiente.
Mi Nikon disparaba y yo me re-veía en el ordenador: ni rastro de
sensaciones o emociones. Borraba todo, empezaba otra vez. Inventaba historias
para cambiar la expresión que asomaba en mi rostro. Pero para cambiar
aquella expresión tenía que entenderla, entender de dónde
procedía y por qué estaba allí, fija, sin que yo pudiera
hacer nada. Mis pensamientos se deslizaron a lo largo del camino de la existencia
hasta aquel momento: de hecho no sentía ninguna emoción y
mi Nikon no podía que registrar todo eso.
Eso pasò entre uno stage en Roma con David Harvey. El que me animó
a experimentar el disparo automático porque no lograba sacar imagines
nuevas, fuertes. Y esto no sólo se debía al hecho de que tenía
que fotografiar mi ciudad, una de entre las más fotografiadas en
el mundo. El hecho fuè de que no tenía un impulso emocional
a hacerlo. El estado de mi alma, la elección de la cámara
(¿digital y/o analóga?), el significado de mi visión
de la fotografía contribuían a sustentar aquel estado intranquilo
de quien, como migo, acostumbrado a vivir de pasiones, está a punto
de elegir algun camino (de emprender). Una verdadera crisis que me afectò
a nivel personal, intelectual y social, dado que antes de sentirme fotógrafa,
me siento artista. Empieza así un trabajo de búsqueda: en
mí misma, en la fotografía, en la renovación de la
visión actual del arte. Patishere.
Pat està aquì. Yo estoy aquì. Entro en la lente, en
el lugar, en el disparo, ocupo un espacio, estoy, en el tiempo, aquì
y ahora. Me alejo de mì misma para re-mirarme con ojo exterior, desde
otro punto de vista. Y re-encontrarme. Los autorretratos han inflamado mi
ánimo: si puedo encontrar una visión creativa de mí
misma a partir de mis emociones, puedo encontrar una visión creativa
en todas las demás cosas. Asì ha pasado y por eso considero
la crisis como el verdadero espíritu revolucionario de nuestra libertad
porque, sì encarada, lleva a una transformaciòn a travès
de la renovaciòn enterior y la busqueda de las emociones personales.
Patishere es la re-afirmaciòn de el disparo instintivo, que ve porque
"siente" y se encuentra a sí mismo en el enfoque y no enfoca
lo que sirve para denunciar el pensamiento a través de una herramienta
que puede ser, por casualidad o por decisión deliberada, una cámara.
En el sentido artistico creo que hoy he superado, o por lo menos ésta
es mi sensación, un trend contemporaneo, cercano al minimalismo y
al arte conceptual. Recorrendo un camino viejo pero nuevo. El mio. Patishere.
Patrizia Dottori
"Patishere"
photo exhibit by Patrizia Dottori, self-portraits
“I think in no society is an artist free. Being overwhelmed by “normality”
and the average of any society where he/she lives, an artist is a living
challenge. He/she always represents the opposite of the idea that all individuals
in all societies have of themselves. In my opinion, there always is a margin
of freedom, albeit small to a point that it might even be not measurable.
I cannot tell you to what extent this is freedom or not, but, certainly,
something escapes the mathematical logic of mass culture, for the time being.”
Pier Paolo Pasolini (interviewed by Gideon Bachman in 1975)
I was at home looking at my Nikon and it looked at me and kept shooting.
It took almost one thousand shots. What was it after? What was I after?
I spent the following day, night and morning this way. My Nikon shot and
I saw myself on the computer screen: I could not see any sign of feelings
or emotions. So I deleted everything and started anew. I made up stories
to change that fixed expression on my face. Finally, I surrendered, but
I realised that, in order to change that expression, I had to understand
it, understand where it came from and why it was fixed there and I could
do nothing to change it. My thoughts slipped into and along the path of
existence until that moment: actually, I could feel no emotions and my Nikon
could not but expose that.
During a course in Rome, David Alan Harvey encouraged me to experiment with
self-portrait, because I could not find new, strong images. It was not simply
due to the fact that I had to photograph my town, which is one of the most
photographed in the world. The fact was that I did not have any emotional
impulse to do so, to find a new perspective, a new point of view. My inner
state, the choice of the camera (whether digital or/and analogue), the meaning
of my view on photography contributed to increasing that uneasy state of
mind of one who, being, like me, accustomed to living on passions, knows
that a path to follow must be chosen. That was a real crisis that involved
myrsonal, intellectual, social levels, since, in addition to being a photographer,
I consider myself an artist. Consequently, I started to conduct a research
into myself, photography, the renovation of the present outlook on art:
Patishere.
Pat is here. I am here. I enter the lens, the place, the snapshot, I occupy
a space, I am, in time, here and now. I leave myself behind to observe myself
aloof, from a different perspective. And find myself again. The self-portraits
have revived my spirit: if I am able to have a creative view of myself starting
from emotions, I can have a creative view on all other things.. That’s
the way it has been for me and that’s why I consider crises the real
revolutionary spirit of our freedom, because, if they are faced, they bring
about change through inner renewal and the search for one’s own emotions.
Patishere implies the assertion of instinctive shooting, that technique
whereby things can be seen because they are “felt” and can be
found within the frame, instead of framing what is needed to reveal thought
through a tool which may be, by chance or deliberately, a camera.
Artistically, I think I have gone beyond – or, at least, that is my
feeling about it – a contemporary trend close to minimalism and conceptual
art by following an old but, at the same time, brand new path, my own: Patishere.
Patrizia Dottori